“Un bambino ascoltato sarà un adulto sereno”: slogan o realtà?


Oggi tutti parlano di ascolto. Ascoltiamo i podcast, ascoltiamo le breaking news, ascoltiamo le idiozie nei talk show. Ma i bambini? Loro, li ascoltiamo davvero o li mettiamo in muto come si fa con le notifiche fastidiose?

L’evento promosso da Telefono Azzurro e CNEL con lo slogan “Un bambino ascoltato sarà un adulto sereno” ha un titolo che suona bene, quasi da cioccolatino della saggezza. E infatti il rischio è proprio quello: che tutto si fermi alla confezione patinata e al post istituzionale con hashtag d’ordinanza.

Certo, l’iniziativa è nobile e necessaria. Nessuno mette in discussione il diritto all’ascolto sancito dalla Convenzione ONU. Ma siamo onesti: quante volte i bambini vengono davvero ascoltati nelle famiglie, nelle scuole, nelle istituzioni? E no, ascoltare non significa annuire mentre si scrolla Instagram o rifilare una risposta standard tra una call e l’altra.

L’ascolto attivo è un atto rivoluzionario, non un esercizio di stile per le campagne di sensibilizzazione. È guardare negli occhi un figlio, un alunno, un ragazzino spaesato e dire: “Dimmi, ti sento davvero.”
Ma viviamo in un Paese dove si grida più di quanto si ascolti, dove i minori vengono ancora zittiti con frasi tipo “Non sei grande abbastanza per capire” oppure “Quando sarai adulto, parlerai.”
Ecco, magari no: se non impariamo ad ascoltarli adesso, da adulti urleranno. E lo faranno nel modo peggiore.

Il punto è questo: l’ascolto non si celebra una volta l’anno, si pratica ogni giorno. Con pazienza, empatia e, soprattutto, coerenza. Perché non serve a nulla organizzare convegni se poi non si ascoltano i segnali di disagio, se si ignorano gli abusi, se si derubricano i bullismi a “ragazzate”.

Bella la Giornata dell’Ascolto, davvero. Ma il vero cambiamento inizia quando smettiamo di ascoltare solo ciò che ci fa comodo.

E tu, ascolti davvero chi non ha voce o aspetti che urli per accorgerti che esiste?

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