Da Shiva a Tony Colombo: quando il rap e il neomelodico flirtano con la malavita
La musica è libertà di espressione, dicono. Ma quando il confine tra ispirazione artistica e realtà criminale si assottiglia troppo, il rischio è che si passi da cantare il crimine a viverlo. E in Italia, negli ultimi anni, il binomio musica-malavita è diventato più che mai ingombrante.
Dai rapper di strada che si atteggiano a boss alle star neomelodiche con amicizie pericolose, il panorama musicale nostrano sembra sempre più un mix tra una playlist di Spotify e un registro della procura.
TRAP, RAP E L’ESTETICA DELLA BABY GANG
Basta guardare il caso di Shiva, Baby Gang, Rasty Killo, Galanteria e Traffik. Giovani, ricchi di visualizzazioni, pieni di contanti (spesso esibiti nei video come souvenir di una vita "fuori legge"). Molti di loro vantano un curriculum giudiziario degno di un casting per Gomorra. Arresti, risse, inseguimenti, sparatorie, atteggiamenti da gangster: la trap italiana ha preso il peggio dell'hip-hop americano e l'ha servito con il filtro sbiadito delle periferie nostrane.
Il punto non è demonizzare il genere – la musica racconta la realtà – ma il problema sorge quando l’estetica criminale diventa normalità, quando la musica non denuncia ma esalta, e quando un arresto diventa un upgrade di carriera invece che un segnale d'allarme.
NEOMELODICI & CAMORRA: UN LEGAME DI FAMIGLIA
E se il rap ostenta la malavita, il neomelodico ci fa affari. Tony Colombo e Tina Rispoli? Arrestati per associazione mafiosa e riciclaggio. Niko Pandetta? Cantava "Dedicata a te, zio", pensando a un boss in cella, e guarda caso adesso è dentro pure lui. Tommy Parisi? Figlio di un boss barese, condannato per mafia.
La camorra, da sempre attenta a investire nell’intrattenimento, ha capito che il neomelodico è una meravigliosa macchina di propaganda. Musica per le feste di quartiere, video girati con SUV e Rolex in bella vista, featuring con "gente di rispetto". E il pubblico? Applaude, balla e ignora il sottotesto inquietante.
QUANDO ANCHE I BIG FINISCONO NELLA RETE
Non solo rapper di strada e neomelodici. Anche grandi nomi come Gigi D’Alessio hanno avuto i loro guai: prima per una rissa con due paparazzi (con tanto di richiesta di tre anni di carcere), poi per una maxi-evasione fiscale. Assolto, certo, ma il fango rimane.
E poi c’è il caso di Tony Effe, cacciato dal concerto di Capodanno a Roma per i suoi testi misogini e controversi. Un artista che ha fatto della provocazione un brand, ma che ha trovato pane per i suoi denti quando la politica ha deciso di "cancellarlo" dall’evento. Il risultato? Un controconcerto tutto esaurito e il sostegno della scena musicale. Perché in Italia, si sa, basta gridare "censura" per trasformarsi in martiri dell'arte.
MUSICA O MALA?
E allora la domanda è: è colpa degli artisti che cavalcano il trend criminale o di un pubblico che li osanna senza farsi domande? È giusto escludere un cantante da un evento per i suoi testi discutibili mentre altri, ben più compromessi, riempiono locali e guadagnano milioni?
Il problema è che in Italia il confine tra musica e malavita è sottile, e sempre più spesso cantanti e criminali si muovono nello stesso mondo. Uno racconta la malavita, l'altro la vive davvero. Ma alla fine, chi si distingue più?
E voi che ne pensate? Arte libera o deriva pericolosa?
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