Stefano come Marc, Sara come Ilaria: la strage silenziosa delle relazioni tossiche travestite da amore
Ogni giorno, una donna muore.
E no, non è un’esagerazione da post strappalacrime: è una statistica.
Eppure la cosa che fa ancora più paura non è il numero, ma i volti dei carnefici. Ragazzi “perbene”, studenti modello, vicini silenziosi.
Facce pulite, sorrisi social, mamme che giurano: “Era un bravo ragazzo”.
Sì, peccato fosse una bomba a orologeria con le rotelle svitate.
Sara Campanella e Ilaria Sula non erano eroine, non avevano nemici giurati né conducevano vite spericolate.
Avevano solo detto "no", oppure erano scivolate fuori da relazioni malsane.
E questo basta, oggi, per firmare la propria condanna a morte.
A colpirle non è stato il "mostro" di cui parlano nei film, ma l'ex compagno di corso, l'ex fidanzatino, il ragazzo della porta accanto.
Quello che non sa perdere.
Quello che confonde l'amore con il possesso e il rifiuto con un affronto da lavare col sangue.
Stefano come Marc.
Due nomi qualsiasi, due destini replicati come in un tragico copia-incolla.
L’Italia si indigna per due giorni, poi scrolla via la notizia come un fastidioso pop-up. Le proteste si spengono, le fiaccolate si sciolgono, e intanto l’orologio ticchetta verso la prossima vittima.
Siamo un Paese che cresce i maschi come piccoli imperatori emotivi, incapaci di gestire un "basta", di affrontare un abbandono.
Li nutriamo a suon di “sei un uomo, non devi piangere”, e poi ci sorprendiamo se esplodono in tragedie.
Vittime di una virilità tossica e carnefici di donne che chiedevano solo di vivere libere.
Ma la libertà, qui, è ancora un lusso. Specie se sei donna. Specie se osi dire di no.
Quante altre Sara, Ilaria e Giulia dovranno morire prima che questo Paese smetta di giustificare i carnefici e inizi a educare davvero i suoi figli?
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