La moda dell'indignazione a comando: quando il web finge di avere una coscienza

C'è un suono preciso che scandisce la vita sui social: il ruggito indignato della folla virtuale.
Ogni settimana un nuovo bersaglio da abbattere, una nuova causa da sventolare come una bandiera usa e getta. 
Ieri tutti esperti di diritto penale per commentare l'ultimo arresto famoso, oggi paladini del body positivity contro la modella che ha osato prendere due taglie. Domani? Forse sarà il turno del cantante col cappello sbagliato.

Il problema non è l'indignazione: quella, se autentica, è sacrosanta.
Il problema è l'indignazione a comando, recitata come un copione da chi si nutre di polemiche masticate male e rigurgitate peggio. Un teatrino dove la coscienza dura il tempo di un hashtag, e l'empatia si spegne appena il trend cala.

Indignazione prêt-à-porter: scegli il dramma del giorno!

Non c'è più bisogno di pensare o informarsi: i social ti servono già tutto, su un piatto d'argento.
Un titolo scandaloso, due righe di indignazione preconfezionata e via, sei pronto a sentirti moralmente superiore.
Peccato che, mentre ti stracci le vesti per l'ennesima polemica flash, ti sfuggano i drammi veri, quelli che non fanno tendenza perché troppo scomodi o troppo noiosi.

Il prezzo (bassissimo) della coscienza

Cliccare, condividere, commentare indignati: un gesto che costa meno di un caffè, ma che ti fa sentire un eroe.
Intanto, fuori dallo schermo, nulla cambia.
Perché l'indignazione di facciata serve solo a ingrassare gli algoritmi e a placare la noia di chi non sa più distinguere tra un problema serio e un pretesto per litigare online.

I nuovi giullari morali

Non manca nemmeno la schiera dei moralisti improvvisati: influencer, opinionisti, "esperti" di cause che ieri ignoravano e oggi brandiscono come clave.
Tutti pronti a salire sul carro del trend giusto, purché la sfilata porti visibilità.
La coerenza? Smarrita insieme alla dignità, nei meandri dei commenti acchiappalike.

E tu? Davvero ti indigni… o semplicemente ti annoi?

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