1° Maggio: festa di chi lavora o sfilata di ipocrisie?

È il 1° maggio, e come ogni anno fioccano post zuccherosi, dichiarazioni d’amore per il “valore del lavoro” e politici impomatati che si riscoprono operai per un giorno. 
C'è chi posta frasi di Pertini senza sapere nemmeno chi fosse, chi si commuove davanti a una fabbrica in disuso e chi rispolvera il solito hashtag #FestaDeiLavoratori come se bastasse a lavare via anni di precarietà istituzionalizzata.

Intanto, fuori dai salotti buoni e dalle timeline infiocchettate, c’è chi il lavoro non ce l’ha, chi ce l’ha ma viene pagato a voucher, chi è in stage a 35 anni e chi si fa il mazzo per quattro spicci mentre legge che il CEO di turno ha guadagnato in un mese quanto lui in dieci vite.

Ma tranquilli, c’è il Concertone, c’è la poesia social, c’è l’inno alla dignità lavorativa… peccato che la dignità non si paghi l’affitto.

E allora mi chiedo: questa “festa”, per chi è davvero?
Per il dipendente che non può scioperare perché ha un contratto a chiamata?
Per l’infermiera spremuta nei turni festivi?
Per i rider che oggi consegnano pizze a quelli che “onorano il lavoro” dal divano?

Il paradosso è servito: celebriamo il lavoro in un Paese dove lavorare non basta più per vivere dignitosamente. 
Dove chi lotta per i diritti viene bollato come “fannullone sindacalizzato” e dove l’ascensore sociale è rotto da decenni, ma nessuno chiama l’assistenza.

Quindi no, oggi non mi va di fare gli auguri. Mi va di ricordare che il lavoro è (o dovrebbe essere) una leva di libertà, non una condanna a vita. 
E che finché ci sarà chi si arricchisce sfruttando il bisogno altrui, il 1° maggio sarà solo un giorno in cui l’ipocrisia si mette il vestito della festa.

E tu, oggi cosa celebri davvero: il lavoro o la finzione che ci gira intorno?

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