Chirurgia estetica: migliorarsi o rincorrere un’illusione?
Viviamo nell’era del filtro permanente. Non basta più sentirsi bene: bisogna sembrare perfetti. E se madre natura non ha fornito i connotati da copertina, nessun problema: c’è il bisturi magico. O meglio, il bisturi illusorio. Perché quello che stiamo osservando non è un’evoluzione del concetto di bellezza, ma una mutazione di massa verso l’identico perfetto. Una specie di darwinismo estetico al contrario: vince chi somiglia di più alla modella di Instagram... photoshoppata, ovviamente.
Il problema? Non è solo estetico. È culturale. È psicologico. È sociale.
Le ragazze chiedono il filler come regalo per i 18 anni. I ragazzini vogliono il mento scolpito prima di aver finito la pubertà. E noi adulti? Osserviamo in silenzio, complici e anestetizzati da questa rincorsa al “bello” che più che bellezza è omologazione.
E guai a parlare di limiti. Se osi dire che certe facce sembrano uscite da una catena di montaggio, sei accusata di body shaming. Ma non è shaming se la critica riguarda l’industria, non le persone. E soprattutto se parte da una domanda lecita: perché non ci piacciamo più, nemmeno un po’? Quando è successo che essere se stessi è diventato un difetto?
Non è un post contro la chirurgia estetica. È un post contro l’abuso. Contro l’idea che basti cambiare un naso per cambiare la vita.
Spoiler: non basta. E spesso, peggiora.
Domanda scomoda del giorno:
Se domani scomparissero specchi e fotocamere, continueremmo comunque a volerci rifare? O finalmente cominceremmo a guardarci davvero?
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