James Senese è morto: quando muore un artista, non è solo la fine di una vita, ma la resa di un Paese che non sa proteggere la sua anima
James Senese se n’è andato. 80 anni, un’infezione polmonare che l’ha portato via, ma la vera domanda è: chi l’aveva davvero ascoltato? Chi aveva capito che quell’uomo non suonava jazz, ma l’identità di un popolo intero?
James Senese: Nel giorno della sua morte, tutti improvvisamente lo celebrano, tutti postano frasi commosse, tutti “ricordano il grande maestro”.
Peccato che fino a ieri molti nemmeno sapessero cosa fosse il Neapolitan Power.
In Italia funziona così: prima ti ignorano, poi ti mitizzano. Ti lasciano lottare con ospedali, malattie, silenzi istituzionali… e quando te ne vai, ecco il miracolo: sei leggenda. Un Paese che ha bisogno della morte per accorgersi della vita.
James Senese non era un musicista: era un urlo
Figlio di una Napoli ferita, figlio di un soldato afroamericano e di una madre italiana, discriminato da bambino, ignorato da giovane, poi “riscoperto” quando ormai non potevano più fermarlo.
La sua musica è stata dignità, rabbia, orgoglio. Non per vendere dischi, ma per dire: “Io esisto. E con me esiste una verità scomoda”.
Il paradosso italiano
Adesso partiranno i soliti servizi televisivi, le playlist commemorative, i politici pronti a esprimere “profondo cordoglio”.
Ma dove erano quando James parlava del degrado culturale? Dove erano quando denunciava l’ipocrisia di chi usa la tradizione napoletana come souvenir per turisti, invece di valorizzarne la vera anima popolare e ribelle?
Oggi non piangiamo un artista. Piangiamo noi stessi.
Perché ogni volta che muore una voce come James Senese, muore un pezzo di quel coraggio che in Italia fa paura: il coraggio di dire la verità senza chiedere permesso.
Quanti di quelli che oggi pubblicano frasi commosse avevano davvero ascoltato la sua musica e capito il suo messaggio quando era vivo?
Stiamo onorando l’uomo o stiamo solo recitando la parte del cordoglio social di circostanza?
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